Il Municipio di Lugano ha aperto ufficialmente il concorso per l’affidamento della gestione dell’esercizio pubblico presso il Lido San Domenico di Castagnola, con l’obiettivo di individuare un nuovo gestore a partire dalla stagione balneare 2027.
Il concorso, o meglio i due concorsi.
Perché la Città ha deciso di lasciare aperte due opzioni molto diverse: da una parte il concorso per la sola gerenza, con gli interventi di sistemazione e adeguamento della struttura a carico del Comune; dall’altra un concorso per trovare un privato disposto a investire nella ristrutturazione del Lido e ad assumerne successivamente anche la gestione.
Due condizioni, due modelli e due futuri potenzialmente diversi.
E sarà il Municipio, una volta viste le offerte, a decidere quale delle due procedure portare a termine. L’altra verrà annullata. È quanto prevedono esplicitamente i capitolati.
Una scelta che personalmente leggo anche come il segno di una Città che non sembra avere ancora deciso fino in fondo quale strada vuole percorrere per il futuro del San Domenico.
Una delle due opzioni, quella dell’investimento privato, mi sembra inoltre difficilmente conciliabile con le recenti dichiarazioni del municipale e capodicastero Cultura, Sport ed Eventi Roberto Badaracco, che sul Corriere del Ticino ha dichiarato come la Città «ha intenzione di dare più stabilità e continuità a questo lido bellissimo continuando a offrire un ambiente popolare, locale e accessibile. Non si vuole insomma trasformare il lido San Domenico in un luogo super esclusivo».
Parole che sottoscrivo in pieno e che mantengono alta la speranza di una nuova gerenza all’altezza del luogo e delle aspettative, dopo che il Lido San Domenico ha trovato negli ultimi anni grande riscontro e apprezzamento anche grazie al lavoro e alle proposte portate avanti dall’attuale gerenza.
Peccato che, leggendo i concorsi pubblicati oggi, qualche preoccupazione sorga.
Il concorso per l’investitore
Partiamo dal concorso che considero più problematico e che comporta i rischi maggiori.
Chi volesse partecipare ha da oggi soltanto 32 giorni per presentare, tra le altre cose, un progetto di massima della ristrutturazione e dell’arredamento degli interni, completo di piani e render, un preventivo di massima e un programma dei lavori.
Non proprio due schizzi su un foglio.
L’intervento richiesto non è banale. Il privato dovrà trasformare gli spazi in un esercizio pubblico con cucina conforme alla Lear, assumendosi i costi della ristrutturazione, delle opere necessarie, degli impianti e dei relativi adattamenti, oltre a cucina, apparecchiature e arredamento.
Un semplice gerente potrebbe certamente decidere di mettere insieme progettisti, tecnici e finanziatori e presentare un’offerta. Ma la domanda che mi pongo è un’altra: senza alcuna garanzia di aggiudicarsi il concorso – e addirittura con la possibilità che sia l’intera procedura a essere successivamente annullata – quale piccolo operatore sarebbe disposto ad assumersi in così poco tempo costi e rischi di questo genere?
E quindi: quale tipo di concorrente è maggiormente in grado di affrontare un concorso impostato in questo modo?
Una realtà piccola, magari fortemente radicata nel territorio e con una bella idea per il San Domenico, deve in poche settimane trovare progettisti, elaborare piani e render, ottenere preventivi e costruire un progetto finanziario.
Un operatore già strutturato dispone evidentemente di strumenti e risorse ben diversi.
Il santo, in fin dei conti, deve valere la candela.
C’è poi il tema dell’investimento. La durata della locazione prevista per questa variante è di dieci anni. Alla sua conclusione gli investimenti effettuati non saranno indennizzati dalla Città. Questo significa inevitabilmente che chi investirà dovrà costruire un progetto economicamente in grado di ammortizzare quanto speso nell’arco della gestione e, legittimamente, produrre anche un ritorno.
La Città può invece ragionare con un orizzonte diverso. Può investire oggi in una propria struttura pensando non soltanto ai prossimi dieci anni e al prossimo gerente, ma al futuro del Lido nel lungo periodo.
Ed è forse qui la differenza più importante tra i due modelli. Un investitore privato, legittimamente, deve fare i conti con la durata del contratto: investire, ammortizzare quanto speso e ottenere un ritorno nell’arco dei dieci anni concessi. La Città, invece, investirebbe su un bene che rimane suo e può permettersi di ragionare su un orizzonte molto più lungo, pensando al San Domenico non soltanto per la prossima gerenza, ma per i prossimi decenni.
Non significa che un investitore privato trasformerebbe necessariamente il San Domenico in un luogo esclusivo. Significa però che i due modelli rispondono inevitabilmente a logiche economiche e temporali diverse. E se l’obiettivo dichiarato è garantire stabilità, continuità e un carattere «popolare, locale e accessibile», credo sia legittimo chiedersi quale dei due modelli offra maggiori garanzie per raggiungerlo.
È una differenza che secondo me merita di essere considerata.
Che cosa vuole fare Lugano del San Domenico?
Ed è qui che arrivo alla questione che più mi lascia perplesso.
Una volta ricevute le candidature, il Municipio valuterà le proposte e deciderà quale dei due concorsi portare a termine, sulla base dell’interesse pubblico e della qualità delle offerte ricevute. L’altra procedura verrà annullata.
In altre parole: prima si chiede al mercato di proporre due possibili futuri del San Domenico e poi si decide quale futuro scegliere. A me sembra un modo curioso di procedere.
Prima il progetto, poi lo strumento
Credo che per uno spazio pubblico dovrebbe valere il principio contrario.
Prima una Città dovrebbe chiedersi che cosa vuole ottenere da quel luogo. Qual è la sua funzione? Quali caratteristiche vuole preservare? Che cosa considera irrinunciabile? Quale interesse pubblico vuole perseguire?
Solo dopo dovrebbe decidere quale sia lo strumento migliore per raggiungere quell’obiettivo.
Nel caso del San Domenico, invece, leggendo i capitolati si ha la sensazione che la risposta possa dipendere almeno in parte da ciò che arriverà nelle buste.
Eppure non stiamo parlando di uno spazio vuoto del quale bisogna ancora inventare una funzione.
Il San Domenico un’identità ce l’ha già.
Negli anni è diventato qualcosa di particolare nel panorama luganese: non soltanto un posto dove fare il bagno e mangiare qualcosa, ma un luogo informale di incontro e socialità, capace di ospitare concerti, eventi e iniziative e di attirare persone e generazioni diverse.
Questa identità non è stata progettata a tavolino. È cresciuta nel tempo. Ed è probabilmente proprio per questo che funziona.
Curiosamente, anche i nuovi capitolati sembrano riconoscerne almeno una parte. La stessa Città scrive che il punto di ristoro dovrà contribuire a valorizzare l’identità del San Domenico quale luogo di «incontro, relax e convivialità».
Poi però arrivano i criteri di aggiudicazione.
Nel concorso per la gerenza il criterio più importante, con il 30% del punteggio, è il canone di locazione offerto. Seguono l’esperienza nella ristorazione e la proposta gastronomica, entrambe al 25%, la conoscenza della realtà locale e le referenze al 10%.
Nel concorso per l’investitore, invece, il progetto di ristrutturazione pesa il 25%, l’esperienza nella ristorazione il 20%, la proposta gastronomica e le referenze il 15%, la conoscenza della realtà locale e la solidità economica il 10%, il canone il 5%.
C’è una cosa che non compare in nessuna delle due griglie: la funzione culturale, sociale e aggregativa del luogo.
È vero che ai candidati viene chiesto di descrivere anche iniziative, attività e servizi complementari. Ma tra chiedere qualcosa all’interno di un dossier e attribuirgli un peso preciso nella scelta del vincitore c’è una bella differenza.
Un candidato può presentare il miglior programma culturale e aggregativo possibile, ma nei criteri non esiste una voce che stabilisca che quel programma vale il 10%, il 15% o il 20% della decisione.
E questo, secondo me, racconta già quale valore gli attribuiamo.
È anche uno dei punti sui quali il Partito Socialista di Lugano è intervenuto immediatamente dopo la pubblicazione dei concorsi chiedendo di, oltre a rinunciare al partenariato pubblico-privato e assumersi direttamente l’onere degli interventi di adeguamento necessari alla struttura, di includere nel bando di gerenza il criterio esplicito e adeguatamente pesato, legato alla programmazione culturale e all’aggregazione sociale, a tutela dell’interesse pubblico.
Una petizione per salvare il Lido San Domenico: RISANARE SÌ, SNATURARE NO
In questi giorni alcuni frequentatori del Lido hanno lanciato anche una petizione spontanea per chiedere che venga preservata l’identità di un luogo che negli anni è diventato per molti qualcosa di più di un semplice stabilimento balneare.
Una petizione che chiede al Municipio della Città di Lugano di rinunciare alla via del partenariato pubblico-privato a lungo termine per il Lido San Domenico, scegliendo fermamente la strada di un solo bando pubblico di gerenza ordinaria. La Città deve assumersi direttamente l'onere del risanamento e della messa a norma della cucina interna attuale, mantenendo la piena regia, la proprietà pubblica del comparto e criteri orientati all'aggregazione sociale viva e a contenuti culturali alternativi.
Link alla petizione:
Salviamo il Lido San Domenico: RISANARE SÌ, SNATURARE NO! | ACT by Campax

Non dobbiamo inventare il San Domenico. Dobbiamo evitare di perderlo.
Non credo che la soluzione sia congelare il San Domenico nel tempo. Né penso che un concorso pubblico debba essere scritto per garantire la continuità di una determinata gestione.
Le gestioni cambiano. Gli spazi evolvono. Ed è giusto che un bene pubblico venga assegnato attraverso procedure trasparenti e aperte.
Ma continuità della gestione e continuità dell’identità sono due cose diverse.
Possiamo cambiare gerente, migliorare la cucina, sistemare gli edifici e persino ripensare alcuni spazi senza rinunciare a ciò che negli anni ha reso questo luogo particolare.
Per farlo, però, bisogna prima riconoscere che quel valore esiste. E poi bisogna proteggerlo anche nei criteri con cui scegliamo chi verrà dopo.
Perché se domani dovesse prevalere una società o una gerenza semplicemente perché ha ottenuto più punti sulla base di criteri che non attribuiscono un peso specifico alla funzione culturale e aggregativa, potremmo ritrovarci con un esercizio pubblico perfettamente conforme al concorso, magari economicamente solido e con un’ottima cucina, ma con un San Domenico completamente diverso da quello che conosciamo oggi.
Ed è proprio questo il rischio. Per questo, prima ancora di chiedermi chi vincerà uno dei due concorsi, vorrei sapere quale San Domenico vuole la Città.
Un ristorante in una posizione magnifica? Un lido con una buona buvette? Un investimento da valorizzare? Oppure anche un luogo accessibile, informale, culturale e aggregativo?
Perché alla fine il punto è proprio questo: il Lido San Domenico funziona già ed è apprezzato proprio per quello che è diventato negli anni. Si può certamente migliorarlo, ristrutturarlo e pensare anche a una nuova gestione, ma senza perdere per strada quello che lo rende diverso da tanti altri luoghi di Lugano.
Cambiare gerente è una cosa. Cambiare il San Domenico è un’altra.
Links:
Salviamo il Lido San Domenico: RISANARE SÌ, SNATURARE NO! | ACT by Campax
Lido San Domenico: un’opportunità gettata alle ortiche – Partito Socialista Lugano
Opinione: Tessa Prati (PS) -Spazi pubblici, interessi privati? - Ticinonline




