La sinistra unita è una lista o un’idea?
Verso le cantonali 2027 tra sistema elettorale, identità politiche e candidature condivise. Riflessione in vista del Comitato Cantonale di mercoledì 3 giugno a Bellinzona
«Nulla è certo, tranne la morte e le tasse», scriveva Benjamin Franklin nel 1789.
Probabilmente però non aveva previsto una terza costante della politica ticinese: l’eterna discussione sulle alleanze a sinistra in vista delle elezioni cantonali.
Mercoledì prossimo, durante il Comitato cantonale del Partito Socialista a Bellinzona, inizierà ufficialmente la discussione sul tema. Sul tavolo ci sarà infatti il preavviso della direzione relativo alle alleanze per le elezioni cantonali del 2027 e, salvo sorprese, la direzione sembra ormai abbastanza delineata.
Lo scenario più probabile appare infatti quello di una lista unitaria tra PS e Verdi, con due candidati per parte, alla quale potrebbe aggiungersi anche il Movimento per il Socialismo con un quinto nome. Sarebbe una novità rispetto alle ultime elezioni, quando il posto “extra” era stato occupato da una candidatura della società civile, rappresentata allora da Boas Erez.
Ma al di là dei nomi e delle formule, il vero tema è un altro: cosa significa davvero costruire un’alleanza elettorale?

Un sistema che spinge verso il voto utile
Per affrontare seriamente il tema bisogna partire da un presupposto fondamentale: il sistema elettorale ticinese.
Un sistema che non prevede la possibilità di congiungere le liste per il Consiglio di Stato e che, proprio per questo, spinge inevitabilmente verso la logica del voto utile.
In un sistema proporzionale moderno, la possibilità di congiunzione permetterebbe invece ai partiti di presentarsi con le proprie candidature, mantenendo la propria identità politica e allo stesso tempo evitando la dispersione dei voti all’interno della stessa area.
Quante persone, a destra come a sinistra, si trovano infatti davanti al dubbio se votare davvero il proprio partito sapendo che quel voto potrebbe non bastare per ottenere un seggio? E quante finiscono quindi per votare “strategicamente”, rinunciando alla propria prima scelta?
È una questione che in Ticino ritorna puntualmente a ogni elezione.
Eppure la possibilità di introdurre le congiunzioni è stata bocciata più volte dal Gran Consiglio: nel 2013, nel 2018 e infine nel 2020, quando la proposta sfumò ancora una volta per pochi voti e qualche assenza di troppo.
Visto che queste continueranno a essere le regole del gioco, è inevitabile che i partiti cerchino formule elettorali capaci di evitare la dispersione dei voti. Ma questo non significa automaticamente che una lista unitaria equivalga a una sinistra realmente unita.
Una sinistra unita non è necessariamente una lista unica
A mio modo di vedere, una sinistra unita non significa per forza una sinistra che si presenta con un’unica lista.
L’unità politica dovrebbe essere prima di tutto la conseguenza naturale di battaglie condivise, coerenza politica, programmi comuni e capacità di rappresentare davvero le diverse sensibilità presenti all’interno della stessa area.
Se oggi esistessero le congiunzioni, quanti sarebbero davvero favorevoli a una lista congiunta con il PS?
I Verdi senza ombra di dubbio sì.
Oggi forse anche il Movimento per il Socialismo, pur senza darlo completamente per scontato con dei rapporti che potrebbero cambiare anche molto velocemente in base ad altre contingenze e tematiche sulle quali il movimento di Pino Sergi si potrebbe porre in maniera molto critica anche contro il PS e i Versi.
Il Partito Comunista invece avrebbe con ogni probabilità mantenuto una propria lista autonoma in coerenza con quanto già deciso e tracciato a partire dalle ultime elezioni federali.
Ed è proprio qui che emerge il nodo politico reale: l’unità non può essere semplicemente imposta dalla matematica elettorale.
Anche perché negli ultimi anni le divisioni all’interno della sinistra, soprattutto su temi internazionali e su diversi approcci politici, sono diventate evidenti.
La conferma è arrivata proprio in queste ore con la scelta del Partito Comunista di presentarsi autonomamente sia al Gran Consiglio sia al Consiglio di Stato.
Una scelta che, al di là delle simpatie personali, appare coerente.
E sinceramente il problema principale del PS non sarà certo il possibile 1 o 2 percento raccolto dal PC nella corsa al Consiglio di Stato.
C’è però un altro aspetto spesso sottovalutato: molti piccoli partiti continuano a presentare candidature al Consiglio di Stato anche perché quella presenza garantisce visibilità mediatica durante la campagna elettorale. Senza una lista governativa, il rischio per molti movimenti minori sarebbe semplicemente quello di sparire dal dibattito pubblico.
La lista come una torta da spartire
La parte che personalmente mi lascia più perplesso è il modo in cui spesso vengono costruite queste alleanze.
Due candidati a noi, due a voi, uno a loro.
Come se una lista fosse una torta da spartire tra sigle e sensibilità, più che un progetto politico condiviso.
Ma su quale base si stabilisce che un partito debba avere uno, due o tre candidati? Sul peso elettorale? Sugli equilibri interni? Sulla storia? Sulla forza mediatica?
Il rischio è che il dibattito finisca per concentrarsi più sulla spartizione degli spazi che sulla qualità politica complessiva della proposta.
Eppure una lista per il Consiglio di Stato dovrebbe nascere in modo diverso: attorno a persone credibili, complementari, rappresentative del territorio e capaci di parlare a mondi differenti della società ticinese.
Un approccio forse più interessante sarebbe quello di costruire davvero un gruppo di lavoro condiviso tra tutti gli eventuali alleati, con l’obiettivo di individuare insieme le candidature più forti da affiancare all’uscente Marina Carobbio.
In quel caso le candidature smetterebbero di essere “quote” da assegnare e diventerebbero parte di un progetto politico comune.
Perché con il metodo della spartizione è inevitabile che una parte importante della base finisca poi per votare soprattutto “il proprio candidato”, trasformando la competizione interna alla lista in uno dei temi centrali della campagna.
Il problema della rappresentanza territoriale
C’è poi un altro elemento che pesa molto per un partito strutturato sul territorio come il PS.
Mentre partiti come PLR e Centro possono presentare cinque nomi cercando di rappresentare tutto il Cantone, una lista ridotta limita inevitabilmente la possibilità di rappresentare territori, sensibilità e percorsi differenti.
Una lista completa permette di candidare persone provenienti dal Mendrisiotto, dal Luganese, dal Locarnese, dal Bellinzonese e dalle Valli. Permette di costruire un equilibrio tra donne e uomini, tra generazioni, tra esperienze professionali e sociali differenti.
E permette anche di lanciare nuove figure politiche.
Per un partito, le elezioni governative non servono soltanto a eleggere un consigliere di Stato. Servono anche a costruire una classe dirigente futura.
Anche nella sezione di Lugano, ad esempio, a molti di noi non dispiacerebbe poter candidare una figura forte del Luganese o magari proprio di Lugano.
Ma con una lista corta, molte di queste possibilità semplicemente scompaiono.
E il Partito Socialista?
Se lo scenario sarà davvero quello di due candidature socialiste, il PS si troverà davanti a una scelta importante: decidere chi affiancare a Marina Carobbio.
Politicamente parlando, le strade sembrano sostanzialmente due.
Da una parte eventuali candidature individuate dalla famosa “Commissione Cerca” istituita negli scorsi mesi. Dall’altra la possibilità di dare spazio a una candidatura giovane, tema che con ogni probabilità verrà rivendicato anche dalla GISO.
Ed è qui che il dibattito potrebbe diventare interessante.
Perché il prossimo ciclo politico avrà bisogno non soltanto di esperienza e credibilità istituzionale, ma anche di nuove energie, nuovi linguaggi e figure capaci di parlare a generazioni che oggi spesso si sentono lontane dalla politica tradizionale.

L’auspicio finale
Alla fine, più che la formula elettorale, conterà la capacità della sinistra di trasmettere una sensazione concreta di credibilità, competenza e speranza di cambiamento.
Perché negli ultimi anni il PS, pur tra mille difficoltà, ha saputo riportare al centro temi molto concreti: il costo della vita, i salari, la cassa malati, il potere d’acquisto.
Temi che riguardano quella che il co-presidente Fabrizio Sirica e la co-presidente Laura Riget definiscono spesso “la fine del mese” delle cittadine e dei cittadini.
La riconferma di Marina Carobbio appare oggi la base naturale da cui partire. Ma per costruire qualcosa di più serviranno anche ambizione, apertura e la capacità di coinvolgere nuove energie.
La vera sfida non sarà soltanto unire delle sigle.
Sarà riuscire a rappresentare davvero un pezzo di Ticino che oggi fatica sempre più a sentirsi rappresentato.
Rodolfo Pulino
Membro del Comitato Cantonale PS
Membro di direzione PS Lugano
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