La passione è una scintilla
Cosa mi resta dal caso Estival Jazz?
Le dimissioni di Jacky Marti dalla guida di Estival Jazz hanno generato molte reazioni. Critiche, analisi, nostalgie. Alcune le condivido, altre meno.
Ma più delle polemiche, questa vicenda mi ha fatto riflettere su un aspetto che spesso resta sullo sfondo: il ruolo della passione in tutte le cose.
Marti, con tutti i suoi pregi e difetti, rappresentava qualcosa di sempre più raro: una figura che viveva ciò che proponeva. Non era solo direzione artistica. Era gusto, era ostinazione. Era, perlappunto, passione.
E la passione, quando è autentica, si sente.
Si sente nelle scelte, anche discutibili.
Si sente nella coerenza, anche quando il contesto cambia.
Si sente nella capacità di tenere in piedi qualcosa per anni, contro mille difficoltà.
E di questo penso che la città gli debba essere grata. Senza quella scintilla iniziale, molti eventi non nascerebbero nemmeno.
Lo vedo anche nel mio piccolo, con la mia più grande passione: il punk rock.
Sono attivo come cantante, come organizzatore di eventi e, da poco, come direttore artistico di un nuovo festival estivo a Lugano: il Lagoon.
Un festival che nasce esattamente da questo. Da una passione.
Niente di strategico. Nessuna ricerca “di mercato”. Solo un’urgenza personale.
E infatti esiste nonostante tutto.
Le difficoltà sono tante: la posizione geografica, il budget limitato, la ricerca continua di sponsor, un periodo complicato come Ferragosto, in cui metà del pubblico è in vacanza. Il tutto in un contesto in cui sarebbe semplicemente più facile non fare nulla.
Eppure succede.
Non perché sia perfetto.
Non perché sia grande.
Ma perché è autentico.
E forse è proprio questo il punto.
Oggi molti eventi cercano di crescere, di allargarsi, di piacere a tutti. È comprensibile.
Ma ogni passo in quella direzione porta con sé un rischio: perdere il motivo per cui quell’evento è nato.
La passione non è una garanzia di successo. Non evita gli errori.
Non mette al riparo dalle critiche.
Ma è spesso l’unica cosa che rende un evento vivo, riconoscibile, con un’anima.
Essere direttore artistico di un festival, piccolo o grande che sia, è un impegno enorme e allo stesso tempo impagabile. Significa dedicare mesi del proprio tempo libero.
Telefonate, email, viaggi, nottate. Senza alcun ritorno economico. Significa usare i propri giorni di ferie per andare ad altri festival (ma sono felice di farlo), scoprire nuove band, osservare, imparare, costruire relazioni.
È anche così che si costruisce credibilità. È così che, lentamente, si riesce a fare tanto con poco. È una passione che, contro ogni logica, rende possibile qualcosa che altrimenti non esisterebbe, possiamo dire un piccolo miracolo.
E un grande miracolo, viste le dimensioni raggiunte, lo è stato sicuramente Estival Jazz.
Ma non si può vivere solo di nostalgia.
Il mondo è cambiato. E non sempre permette di portare avanti certi eventi come li abbiamo conosciuti.
Molto interessante, a questo proposito, l’analisi del giornalista Mauro Rossi, che ha sottolineato, a margine dell’ultima conferenza stampa come il nuovo Estival sia oggi portato avanti "non da organizzatori plenipotenziari ma da funzionari che debbono fare riferimento per qualsiasi decisione a politici che con le politiche culturali e di intrattenimento,...,hanno poche affinità" e come Lugano "un tempo faro delle iniziative musicali «open air», ha perso la leadership cantonale a favore di Locarno (che con Moon&Stars a luglio ma anche, il mese successivo, con La Rotonda del Festival è diventata il centro assoluto delle proposte musicali pop-rock) ma anche di Bellinzona che con il neonato Nevermind Music Fest - che si somma agli storici Beatles Days e al ritrovato Blues Festival - ha riguadagnato prestigio nelle gerarchie."
Ed è qui che si apre un tema più ampio. Forse è arrivato il momento di smettere di guardare agli eventi solo in chiave cittadina e iniziare a ragionare davvero su scala cantonale. Pensare il Ticino come un unico ecosistema, da Chiasso a Lugano, da Locarno a Bellinzona.
Lugano, che un tempo era un faro, oggi deve quindi ridefinire il proprio ruolo.
Negli anni passati, nel frattempo, non sono infatti mancate scelte discutibili.
L’esperienza del Summer Jamboree a Lugano — al di là del genere musicale — resta un esempio di come non si dovrebbe fare: un evento imposto dall’alto, con criticità evidenti, che ha finito per cannibalizzare una bella realtà già esistente sul territorio. (South Side Rumble a Melide).
Risultato? Dopo solo due edizioni di Summer Jamboree, che ovviamente non è più stato riconfermato, non abbiamo più né uno né l’altro.
Ma una cosa possiamo ancora farla.
Possiamo continuare a coltivare le nostre passioni.
Possiamo sostenere chi crede davvero in un progetto.
Possiamo dare spazio a iniziative autentiche, magari più piccole, ma sincere.
Una volta Lugano era Estival Jazz, Blues to Bop, Palco ai Giovani.
Oggi è LongLake, Buskers, Lagoon, Fresh Festival e molto altro.
Forse il punto non è scegliere tra passione e struttura.
Ma ricordarsi che la struttura, senza passione, difficilmente basta.
E che ogni evento, grande o piccolo, prima o poi si trova davanti alla stessa domanda:
stiamo ancora facendo questa cosa perché ci crediamo davvero?
Se la risposta è sì, allora — anche con tutti i limiti — vale la pena continuare.
Riferimenti:
Leggi l’articolo di Mauro Rossi: https://www.cdt.ch/opinioni/commenti/estival-jazz-non-e-piu-il-centro-dellestate-426356)
Altri links:
Punk Rock Lagoon: www.punkrocklagoon.ch
South Side Rumble di Melide: www.facebook.com/southsiderumble/





