La cultura non vive nei palazzi. Vive nelle persone. (Parte 2)
Cosa significa davvero essere una città della cultura nel 2026? E siamo sicuri che basti avere grandi infrastrutture culturali per esserlo?
Nel primo articolo mi sono concentrato sul Ticino e sulla sua difficoltà a presentarsi come un progetto condiviso. Questa volta vorrei invece spostare lo sguardo su Lugano.
Il 12 settembre 2015 la città inaugurava il LAC. Per molti, e probabilmente anche per il Municipio di allora, quel momento rappresentava molto più dell’apertura di un nuovo centro culturale. Era il simbolo di una nuova direzione.
Lugano non voleva più essere soltanto una città bancaria e finanziaria. Voleva diventare, così sembrava, anche una città della cultura. Sembrava l’inizio di un percorso destinato a cambiare il volto della città.
Negli anni successivi sono arrivati investimenti importanti, nuove istituzioni, festival, eventi e progetti culturali. Dieci anni dopo possiamo dire che solo una parte di quel percorso è stata effettivamente realizzata.
Oggi Lugano può contare sul LAC, sul MASI, su un’importante realtà universitaria, su numerosi festival e su un tessuto associativo che continua a produrre iniziative durante tutto l’anno.
A Besso sorgerà inoltre la futura Cittadella della Musica, che riunirà il Conservatorio della Svizzera italiana, la Fonoteca nazionale, l’Orchestra della Svizzera italiana, il Coro della RSI, I Barocchisti e altre realtà musicali.
Sarebbe quindi comunque ingiusto sostenere che Lugano non investa nella cultura. Eppure qualcosa continua a non tornare.
Negli ultimi anni la città si è ritrovata confrontata con una parte del mondo culturale che non si riconosce pienamente in questa visione. Lo abbiamo visto dopo lo sgombero dell’Ex Macello, durante l’esperienza della Straordinaria Tour Vagabonde alla Gerra e con la nascita dell’associazione IDRA e della Carta della Gerra.
Da una parte una città che investe milioni nelle infrastrutture culturali. Dall’altra una parte della cultura indipendente che continua a chiedere spazi, riconoscimento e condizioni migliori per poter lavorare.
La Cultura come strumento di costruzione di una comunità
Quando è stata annunciata il riconoscimento di Aarau invece di Lugano, Locarno e Mendrisio a Capitale svizzera della cultura, la prima domanda che mi sono posto è stata molto semplice.
Com’è possibile che un territorio che può contare sul LAC, sul MASI, sul Festival di Locarno, sulla Filanda, sulle università e su decine di eventi culturali e storici non sia riuscito a convincere la giuria? E siamo davvero sicuri che una candidatura unitaria con Bellinzona avrebbe automaticamente cambiato il risultato?
Per provare a rispondere mi sono letto il bando e i dossier delle candidature.
E lì ho iniziato a rendermi conto che forse mi stavo ponendo la domanda sbagliata. Quando si sente parlare di “Capitale della cultura” si pensa immediatamente a teatri, musei, festival, sale da concerto e grandi eventi. Eppure se andate a vedere nel bando ricorrono continuamente parole diverse.
Partecipazione, Coinvolgimento, Comunità, Coesione sociale, Sostenibilità, Collaborazione. Forse il concorso non stava cercando semplicemente la città con il teatro più bello o con il programma culturale più ricco. Forse stava cercando qualcosa di più complesso.
Una città capace di utilizzare la cultura come strumento di costruzione della comunità.
Ed è così che forse Aarau ha convinto la giuria, con una realtà e un dossier da cui emerge una forte attenzione al coinvolgimento della popolazione, alla partecipazione attiva e al rapporto tra cultura e cittadinanza.
Non la cultura come prodotto ma come processo. Non la cultura come spettacolo ma come strumento per rafforzare il senso di appartenenza. Ed è qui che, a mio avviso, deve emergere la questione che dovrebbe fare la differenza anche a Lugano.
Lugano e gli spazi. Che tipo di ecosistema culturale stiamo costruendo?
Perché da una parte continuiamo a investire in infrastrutture culturali. Dall’altra continuano ad arrivare richieste di spazi. Spazi per fare musica, spazi per il teatro, spazi espositivi , spazi per attività associative. Spazi per creare.
Nel mio piccolo lo vedo continuamente.
Con la mia band (Wronkids) disponiamo di un locale prove a Davesco e non passa praticamente mese senza che qualcuno mi contatti per chiedermi se conosco uno spazio disponibile. A volte sono gruppi appena nati. Altre volte band che esistono da anni e che hanno perso il locale dove provavano. Alcuni cercano una stanza da condividere. Altri semplicemente un posto dove poter fare rumore senza creare problemi al vicinato.
Non si tratta di casi isolati. È il sintomo di una domanda che continua a esistere. E sicuramente non riguarda soltanto la musica. La stessa esigenza emerge nel mondo del teatro, delle arti visive, delle associazioni culturali e di molte altre realtà attive sul territorio.
Forse il punto è proprio questo. Esiste una differenza tra infrastrutture culturali e spazi di produzione culturale.
Il LAC è un luogo dove si può assistere a uno spettacolo. Una sala prove è un luogo dove qualcuno impara a fare musica. Un museo è un luogo dove si osserva un’opera. Un atelier è un luogo dove qualcuno la crea. Entrambe le dimensioni sono fondamentali.
Una città che investe soltanto nella produzione rischia di non avere luoghi dove mostrare ciò che nasce. Una città che investe soltanto nella fruizione rischia invece di indebolire la propria capacità di generare nuova creatività, di tarpare le ali alle realtà emergenti e, alla lunga, di allontanare proprio quelle persone che dovrebbero esserne il motore.
Lugano e la scena indipendente
In merito alla candidatura di Lugano a Capitale della Cultura è importante prestare attenzione anche la presa di posizione dell’associazione IDRA e del gruppo di lavoro della Carta della Gerra. (Lugano Capitale della Cultura? – Associazione Idra)
Che si condividano o meno tutte le loro rivendicazioni una parte delle domande sollevate coincide sorprendentemente con alcuni criteri presenti nel bando della Capitale svizzera della cultura.
Quali spazi esistono oggi per la cultura indipendente? Quali condizioni professionali vengono offerte agli operatori culturali? Quanto sono coinvolte le realtà nate dal basso? Quale ruolo avranno nel disegnare la Lugano culturale dei prossimi anni?
Non sono questioni marginali.
Sono elementi che incidono direttamente sulla vitalità di un ecosistema culturale.
E forse meritano di essere affrontati non soltanto in occasione di una candidatura, ma come parte di una riflessione più ampia sul futuro della città.
Una città della cultura non si misura soltanto dal numero di edifici che dedica alla cultura. Si misura dal numero di persone che si sentono autorizzate a farne parte.
Se nel 2033 vogliamo puntare a diventare davvero Capitale della Cultura avviamo una discussione sul tema e diamo risposta alla più importante delle domande.
Siamo in grado di trasformare la cultura in un progetto condiviso?
Perché una città della cultura non è soltanto quella che ospita la cultura.
È quella che la rende possibile.
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