La cultura non ha perso. Il Ticino forse sì. (Parte 1)
La mancata assegnazione del titolo di Capitale svizzera della cultura 2030 apre una domanda: siamo capaci di pensare come una regione o continuiamo a ragionare come città rivali?
Aarau sarà la Capitale svizzera della cultura 2030.
La notizia ha inevitabilmente lasciato un po’ di amaro in bocca in Ticino, dove ben due candidature erano riuscite ad arrivare tra le finaliste: quella di Bellinzona e quella congiunta di Lugano, Locarno e Mendrisio.
Come spesso accade in questi casi, la tentazione è quella di concentrarsi sul risultato finale. Chiedersi perché abbia vinto Aarau, cosa sia mancato alle candidature ticinesi o se la giuria abbia fatto la scelta giusta.
Eppure credo che la questione più interessante sia un’altra.
La cultura non ha perso. Il Ticino forse sì.
Non perché non abbia ottenuto il titolo, ma perché ancora una volta ha mostrato una certa difficoltà nel presentarsi come un territorio capace di fare sistema. Da una parte Bellinzona. Dall’altra Lugano, Locarno e Mendrisio. Due progetti diversi, due visioni differenti, due percorsi paralleli. Legittimi, certamente. Ma anche il sintomo di una realtà che continua a fare fatica a ragionare come un insieme. Eppure proprio la cultura dovrebbe essere uno degli strumenti più efficaci per superare confini amministrativi, campanilismi e rivalità territoriali.
Negli ultimi anni abbiamo sentito spesso parlare di collaborazione regionale, di sinergie, di reti culturali, di progettualità condivise. Parole importanti e necessarie in un cantone piccolo come il nostro, dove nessuna città, da sola, può pensare di competere con le grandi realtà urbane svizzere.
La candidatura sostenuta da Lugano, Locarno e Mendrisio andava in questa direzione e, come ha ricordato il municipale Roberto Badaracco, il percorso intrapreso potrebbe rappresentare un valore anche oltre il mancato ottenimento del titolo.
È certamente una riflessione che condivido. Perché le candidature non dovrebbero essere giudicate soltanto in base al risultato finale, ma anche in base alle relazioni, alle collaborazioni e alle idee che riescono a generare.
C’è però un piccolo paradosso che vale la pena sottolineare. Entrambe le candidature ticinesi parlavano di collaborazione, costruzione di comunità e superamento delle divisioni territoriali. Eppure il Ticino si è presentato al concorso con due progetti distinti.
Tuttavia resta una domanda. Se tutti concordano sul fatto che il futuro passi attraverso la collaborazione, perché il Ticino si è presentato con due candidature concorrenti?
È una domanda scomoda, ma necessaria.
Perché riguarda la cultura, certo. Ma riguarda anche molte altre questioni. Riguarda il rapporto tra i nostri centri urbani. Riguarda il modo in cui immaginiamo il futuro del cantone. Riguarda la nostra capacità di costruire progetti condivisi anziché moltiplicare iniziative parallele.
In fondo non è un problema che emerge soltanto in ambito culturale. Lo ritroviamo spesso nelle politiche territoriali, nella mobilità, negli eventi, nella promozione turistica e perfino nella vita quotidiana delle nostre comunità.
È come se il Ticino continuasse a oscillare tra il desiderio di essere una regione e l’abitudine di comportarsi come una somma di città e interessi locali.
Forse è proprio qui che si trova la lezione più interessante di questa vicenda.
Non nel fatto che Aarau abbia vinto.
Ma nel fatto che il Ticino abbia ancora bisogno di imparare a raccontarsi come un progetto collettivo.
La buona notizia è che probabilmente ci sarà una nuova occasione. L’associazione che assegna il titolo ha già lasciato intendere che la Svizzera italiana potrebbe avere una posizione privilegiata per l’edizione del 2033.
La meno buona è che da qui ad allora non basterà costruire un dossier migliore. Bisognerà imparare a costruire un “noi” più credibile. Perché una capitale della cultura non nasce soltanto da un progetto ben scritto. Nasce dalla capacità di una comunità di immaginarsi insieme.
E forse è proprio questa la sfida più importante che il Ticino ha davanti.
Nel prossimo articolo proverò a spostare lo sguardo su Lugano.
Perché leggendo il bando del concorso e confrontando le candidature emerge una domanda ancora più interessante: cosa significa davvero essere una città della cultura nel 2026?
E siamo sicuri che basti avere grandi infrastrutture culturali per esserlo?
Links:
Capitale Culturale Svizzera - Comunicato stampa
Executive summary delle due proposte ticinesi:
https://capitaleculturalesvizzera.ch/fileadmin/user_upload/Executive_summary_La_Svizzera_da_Sud_signed_2030.pdf
https://capitaleculturalesvizzera.ch/fileadmin/user_upload/BCCS_Executive_Summary_Bellinzona_2030




Un'analisi davvero lucida e pungente. Hai il grande merito di usare la scusa dell'evento culturale per scoperchiare una dinamica politica e sociale che in Ticino continua a frenare qualsiasi visione a lungo termine.
Il fallimento della candidatura a Capitale svizzera della cultura 2030 non è una questione di contenuti o di qualità dei dossier, che erano ottimi. È, in modo molto più profondo, un fallimento identitario. La cultura non dovrebbe essere un cartellone di eventi da esibire per ottenere un bollino di qualità, ma lo specchio esatto di come una comunità decide di pensarsi e di proiettarsi nel futuro. E lo specchio, oggi, ci restituisce l'immagine di un territorio frammentato.
Il vero paradosso, come sottolinei bene, sta proprio nella narrazione. Negli ultimi anni la parola sinergia è diventata un mantra abusato in ogni discorso pubblico, ma la realtà dei fatti la smentisce puntualmente. Presentarsi a un concorso nazionale con due progetti distinti, uno guidato da Bellinzona e l’altro dall’asse Lugano-Locarno-Mendrisio, significa aver trasformato una potenziale vetrina di coesione in un'arena di frazionamento locale. Non si può fare cultura dell'inclusione coltivando l'esclusione del proprio vicino di casa.
Di fronte alle grandi realtà urbane d'oltre Gottardo, che si muovono come blocchi compatti, un Cantone piccolo come il nostro può competere solo se accetta l'idea di essere, dal punto di vista funzionale, un'unica grande città policentrica.
La prospettiva del 2033 non deve essere vissuta come una consolazione, ma come un esame di maturità collettiva. Il lavoro da fare nei prossimi anni non si dovrà limitare alla riscrittura di un documento formale. La vera sfida sarà psicologica e richiederà di imparare a pronunciare la parola noi senza che nessuna specificità locale si senta minacciata o sminuita. Significa avere il coraggio politico di fare un passo indietro individuale per poterne fare due avanti insieme. Se non saremo capaci di compiere questa evoluzione, il 2033 non sarà una rivincita, ma la dolorosa replica di uno schema che preferisce la rassicurante solitudine del proprio campanile alla complessa bellezza di un progetto comune.