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Avatar di Oscar Weidmann

Un'analisi davvero lucida e pungente. Hai il grande merito di usare la scusa dell'evento culturale per scoperchiare una dinamica politica e sociale che in Ticino continua a frenare qualsiasi visione a lungo termine.

Il fallimento della candidatura a Capitale svizzera della cultura 2030 non è una questione di contenuti o di qualità dei dossier, che erano ottimi. È, in modo molto più profondo, un fallimento identitario. La cultura non dovrebbe essere un cartellone di eventi da esibire per ottenere un bollino di qualità, ma lo specchio esatto di come una comunità decide di pensarsi e di proiettarsi nel futuro. E lo specchio, oggi, ci restituisce l'immagine di un territorio frammentato.

Il vero paradosso, come sottolinei bene, sta proprio nella narrazione. Negli ultimi anni la parola sinergia è diventata un mantra abusato in ogni discorso pubblico, ma la realtà dei fatti la smentisce puntualmente. Presentarsi a un concorso nazionale con due progetti distinti, uno guidato da Bellinzona e l’altro dall’asse Lugano-Locarno-Mendrisio, significa aver trasformato una potenziale vetrina di coesione in un'arena di frazionamento locale. Non si può fare cultura dell'inclusione coltivando l'esclusione del proprio vicino di casa.

Di fronte alle grandi realtà urbane d'oltre Gottardo, che si muovono come blocchi compatti, un Cantone piccolo come il nostro può competere solo se accetta l'idea di essere, dal punto di vista funzionale, un'unica grande città policentrica.

La prospettiva del 2033 non deve essere vissuta come una consolazione, ma come un esame di maturità collettiva. Il lavoro da fare nei prossimi anni non si dovrà limitare alla riscrittura di un documento formale. La vera sfida sarà psicologica e richiederà di imparare a pronunciare la parola noi senza che nessuna specificità locale si senta minacciata o sminuita. Significa avere il coraggio politico di fare un passo indietro individuale per poterne fare due avanti insieme. Se non saremo capaci di compiere questa evoluzione, il 2033 non sarà una rivincita, ma la dolorosa replica di uno schema che preferisce la rassicurante solitudine del proprio campanile alla complessa bellezza di un progetto comune.

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