La città per chi la vive, non per chi la visita
Una passeggiata a Barcellona tra turismo, identità e memoria urbana. E quelle domande che iniziano a riguardare anche Lugano.
Sabato a Barcellona, scendendo a piedi con un amico catalano dal Parc del Turó del Carmel verso Gràcia, mi sono ritrovato a Vallcarca, un piccolo quartiere che sembra appartenere a un’altra città rispetto alla Barcellona da cartolina che tutti conoscono. Un quartiere che lui voleva assolutamente che vedessi.
Dai murales alle case occupate, dalle cooperative sociali ai piccoli spazi autogestiti, dai manifesti contro la speculazione immobiliare agli slogan contro il turismo di massa.
Scendendo da Horta fino alle viuzze di Gràcia ho avuto la sensazione di attraversare uno degli ultimi angoli di una Barcellona che prova ancora a resistere alla trasformazione della città in un enorme prodotto turistico globale.
E forse quartieri come questi colpiscono proprio per questo: perché danno ancora l’impressione di essere luoghi abitati da persone vere, con relazioni vere, conflitti veri e un’identità ancora difficile da comprare.
Dagli slogan decisamente inequivocabili come “Tourist Go Home”, che troverete facilmente in ogni bettola catalana non frequentata da turisti e senza quei fastidiosi buttadentro delle vie più battute dal turismo di massa, alle numerose manifestazioni di malessere sociale, la politica locale sembra essere passata — anche se per loro ancora troppo timidamente — dalle parole ai fatti.





Non è un caso che proprio in questi giorni il sindaco di Barcellona, Jaume Collboni, abbia nominato José Antonio Donaire come “Commissario per il turismo sostenibile”, un ruolo creato per affrontare le conseguenze sempre più evidenti del turismo di massa sulla città.
L’obiettivo dichiarato è chiaro: ridurre l’impatto del turismo incontrollato e proteggere l’identità e il tessuto sociale dei quartieri.
Nel frattempo a Barcellona il blocco degli affitti turistici tipo Airbnb è già stato deciso, anche se non sarà immediato. Il sindaco Collboni ha infatti annunciato che dal 2028 non verranno più rinnovate le licenze degli appartamenti turistici e che dal 2029 terminerà l’utilizzo di questi appartamenti a scopo turistico. Vi è poi anche la volontà di limitare e ridurre il numero di persone che arrivano in crociera.
La strada sembra quella giusta, anche se ovviamente non sarà un compito facile. Barcellona ha una grande sfida davanti a sé: mantenere la propria vocazione internazionale e la ricchezza che il turismo porta con sé, senza però smettere di appartenere a chi la vive ogni giorno.

Perché il problema, oggi, non è il turismo in sé. È ovvio che una città come Barcellona viva anche grazie al turismo.
Il problema nasce quando una città smette lentamente di appartenere a chi la vive ogni giorno. Quando gli appartamenti diventano investimenti invece che case.
Quando gli affitti brevi sostituiscono i residenti. Quando i negozi storici lasciano spazio ad attività pensate esclusivamente per visitatori temporanei.
Quando i quartieri diventano scenografie.
E non da ultimo, quando i prezzi esplodono.
E a Lugano?
Ovviamente Lugano non è Barcellona.
Non viviamo il turismo di massa delle grandi capitali europee e non abbiamo quartieri invasi da milioni di visitatori all’anno. Sarebbe sbagliato e fuori scala fare paragoni diretti.
Eppure alcune domande iniziano ad emergere anche qui.
Negli ultimi anni anche a Lugano si è iniziato a discutere dell’aumento degli Airbnb, delle abitazioni secondarie e del rischio che alcuni quartieri possano progressivamente perdere residenti e identità.
Lo dimostra anche un’interrogazione al Municipio di Lugano del gruppo La Sinistra, presentata da Carlo Zoppi (PS) come primo firmatario, che chiede chiarimenti proprio sull’impatto degli affitti brevi e delle abitazioni non primarie sul tessuto sociale cittadino. Un’interrogazione che, ad oggi, non ha ancora ricevuto risposta da parte del Municipio.
Eppure a Lugano il fenomeno non è più marginale.
Secondo dati citati in una precedente interrogazione comunale, gli appartamenti Airbnb in città sarebbero cresciuti del 24% in un solo anno, sollevando interrogativi non tanto sul turismo in sé, quanto sulla trasformazione progressiva del modo di abitare i quartieri.
Il timore espresso è che il modello originario dell’affitto occasionale stia lasciando spazio a dinamiche più speculative, con immobili acquistati e gestiti sempre più come investimento turistico.
La domanda che emerge, in fondo, è semplice: la città sta monitorando davvero questi cambiamenti?
Perché anche senza overtourism una città può iniziare lentamente a perdere residenti, relazioni e identità, trasformando quartieri vivi in luoghi sempre più temporanei.
Se altrove il dibattito viene affrontato con sempre maggiore attenzione, a Lugano sembra invece di essere ancora nella fase delle domande.
Il tema non è demonizzare il turismo o chi visita la città.
Anzi. Le città hanno bisogno di apertura, movimento, incontri e contaminazioni.
La domanda vera è un’altra: come si fa a crescere senza perdere completamente l’anima dei quartieri?
Perché una città perde identità molto prima di perdere abitanti.
La perde quando smette di avere luoghi vissuti davvero.
Quando tutto diventa temporaneo.
Quando i quartieri smettono di essere comunità e diventano semplicemente spazi da attraversare, consumare o mettere a reddito.
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